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Radioembolizzazione

La radioembolizzazione è una terapia contro il tumore del fegato basata sull’uso di microsfere radioattive somministrate direttamente all’interno della massa tumorale.

Radioembolizzazione

La radioembolizzazione è una tecnica innovativa che consiste nell’iniezione intra-arteriosa epatica di microsfere biocompatibili caricate con ittrio-90, un radioisotopo beta-emittente puro, con emivita di 64 ore. Le microsfere vengono captate prevalentemente dal tessuto neoplastico, che è iper-vascolarizzato rispetto al tessuto epatico sano. Una volta intrappolate nel circolo vascolare del tumore, le microsfere irradiano il tessuto circostante con un range medio di 2,5 mm. In tal modo, la radioterapia risulta estremamente selettiva consentendo di rilasciare dosi fino a 120 Gy, molto superiori di quanto si possa ottenere con la radioterapia convenzionale a fasci esterni. La radio-embolizzazione viene utilizzata con successo in pazienti con tumori epatici primitivi (epatocarcinoma o colangiocarcinoma e nelle metastasi da tumore neuroendocrino). I dati di letteratura riportano buoni risultati sia in termini di risposta locale al trattamento che di sopravvivenza dei pazienti trattati.


Procedura

E’ indicata nei casi in cui il tumore è più avanzato, complicato da trombosi portale, e quindi non più trattabile con le metodiche di radiologia interventistica. La radio-embolizzazione riesce invece a ottenere spesso una remissione parziale della malattia, con allungamento dell’aspettativa di vita. La metodica è complessa perché prevede uno studio preliminare, con una TC ad alta definizione, e uno studio angiografico che consenta di visualizzare se ci sono arterie che portano sangue verso organi (es. stomaco, pancreas, intestino o polmone) dove le particelle non devono arrivare. Per avere quindi la certezza che non ci siano fughe di particelle caricate con ittrio in sede extraepatica occorre embolizzare (ossia chiudere) le arterie visibili con spirali metalliche e poi iniettare dei macroaggregati, marcati con tecnezio, dalla sede vascolare dalla quale poi sarà iniettato l’ittrio. A quel punto il paziente esce dalla sala angiografica ed entra in medicina nucleare, dove viene eseguita una TC Spect per verificare che i macroaggregati si siano concentrati esclusivamente nell’area tumorale, senza fughe verso altri organi, dove potrebbero determinare gravi complicanze.

Successivamente in fisica sanitaria si procede a calcolare, in base al volume del tumore, la quantità di particelle radio-embolizzanti che occorrono, in modo da colpire le cellule cancerose con la dose giusta, limitando l’esposizione degli organi sani.

La radioembolizzazione è indicata

in caso di tumori primari o secondari localizzati esclusivamente (o quasi) nel fegato, anche in caso di trombosi della vena porta. Potrebbe essere utilizzata anche per ridurre la dimensione del tumore prima di un trapianto, di un intervento chirurgico o di un’ablazione con radiofrequenza.




Dopo il trattamento di radioembolizzazione

Dopo il trattamento

Il trattamento risulta ottimamente tollerato, con minimi effetti collaterali, in particolare febbricola, stanchezza, riduzione dell’appetito che tendono a risolversi dopo un paio di settimane. In meno dell’1% dei casi sono riportati effetti collaterali maggiori quali gastriti, colecistiti, pancreatiti. Questa tecnica innovativa che richiede la collaborazione multidisciplinare di gastroenterologi, radiologi interventisti, medici nucleari e fisici sanitari, sta guadagnando sempre più ampi consensi in ambito medico.

Tutti gli studi osservazionali sino ad ora pubblicati riportano risultati positivi sia in termini di risposta radiologica al trattamento che in termini di sopravvivenza dei pazienti.







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