Malattie

Cateteri venosi centrali e fistole dialitiche

Dialisi: Cateteri venosi centrali e fistole dialitiche

Sono cateteri a permanenza, tunnellizzati cuffiati costituiti da due lumi indipendenti l’uno dall’altro, posizionati in vena giugulare interna o in vena succlavia e molto più raramente in vena femorale (quest’ultimo quando gli altri accessi non siano utilizzabili).

I due lumi separati consentono la circolazione del sangue nel circuito extracorporeo per la dialisi allo scopo di minimizzare il rischio del cosiddetto ricircolo, cioè rischio di aspirare nel vaso sangue già dializzato.
Esistono molti tipi di CVC per emodialisi.

Posizionamento di CVC per dialisi

La procedura viene eseguita in day surgery, in ambiente sterile, in anestesia locale.
Il Medico, previa puntura ecoguidata della vena dalla quale verrà inserito il catetere, posiziona il catetere “tunnellizzandolo” sottocute. Con il controllo radiologico è possibile regolarne la lunghezza e controllare il corretto posizionamento. In genere, la procedura complessivamente, non dura più di 30 minuti.

La fistola artero-venosa è un tipo di accesso vascolare per emodialisi. Consiste in una comunicazione artificiale, ottenuta per via chirurgica o endovascolare, fra un’arteria e una vena, allo scopo di deviare sangue arterioso ad alta pressione nel sistema venoso ad alta capienza per ottenere flussi ematici adeguati ad effettuare il trattamento dialitico.

Le fistole artero-venose si suddividono in base alla sede:

Distali (al polso, alla tabacchiera anatomica o al terzo distale dell’avambraccio)
Prossimali (alla piega del gomito o al braccio)

In base al tipo di anastomosi:

Termino-terminale (i due vasi vengono affrontati secondo il diametro trasversale)
Latero-terminale (la parete laterale dell’arteria viene unita alla vena sezionata trasversalmente)
Latero-laterale (entrambi i vasi vengono sezionati lungo la parete laterale e quindi affiancati)
Latero-laterale terminalizzata (variante della precedente in cui la parte distale della vena viene chiusa chirurgicamente).

Malfunzionamento delle fistole dialitiche

Le fistole artero-venose possono presentare dei problemi di malfunzionamento, causati da una stenosi (restringimento) della arteria afferente o del versante venoso a diversi livelli (dalla anastomosi sino alle grosse vene del torace).

Dal 2006, le linee guida per la gestione degli accessi vascolari, indica come trattamento di prima scelta l’angioplastica, quando la stenosi è superiore al 50%. L’angioplastica è una procedura eseguita sotto guida radiologica e consiste nel dilatare la stenosi (restringimento) con un catetere a palloncino. Questa è avvenuta con successo, se la stenosi residua è inferiore al 30%.
L’angioplastica va eseguita sia su fistole native che protesiche, ed è ritenuta soddisfacente se l’accesso ha una pervietà primaria di almeno 6 mesi.

Se in 6 mesi la stenosi recidiva più di 2 volte, vi è indicazione, qualora la sede lo permettesse al posizionamento di uno stent.
Fino a poco tempo fa, nel caso in cui una fistola si occludeva in maniera acuta (trombosi), l’unica possibilità era ricorrere ad un piccolo intervento chirurgico per rimuovere il trombo dalla fistola.
La occlusione acuta della fistola può avvenire per cause diverse e rappresenta una urgenza.
Oggi il radiologo interventista grazie all’utilizzo di sistemi di trombolisi (meccanica, reolitica, etc) è in grado, sotto guida radiologica, di “liberare” la fistola dal trombo e nella stessa seduta, di “curare” la causa. Nella maggior parte dei casi la causa è un restringimento della arteria e/o della vena misconosciuto.

La radiologia interventistica allunga la vita della fistola

Dal 2006, le linee guida per la gestione degli accessi vascolari, indica come trattamento di prima scelta l’angioplastica, quando la stenosi è superiore al 50%. L’angioplastica è una procedura eseguita sotto guida radiologica e consiste nel dilatare la stenosi (restringimento) con un catetere a palloncino. Questa è avvenuta con successo, se la stenosi residua è inferiore al 30%.
L’angioplastica va eseguita sia su fistole native che protesiche, ed è ritenuta soddisfacente se l’accesso ha una pervietà primaria di almeno 6 mesi.

Se in 6 mesi la stenosi recidiva più di 2 volte, vi è indicazione, qualora la sede lo permettesse al posizionamento di uno stent.
Fino a poco tempo fa, nel caso in cui una fistola si occludeva in maniera acuta (trombosi), l’unica possibilità era ricorrere ad un piccolo intervento chirurgico per rimuovere il trombo dalla fistola.
La occlusione acuta della fistola può avvenire per cause diverse e rappresenta una urgenza.
Oggi il radiologo interventista grazie all’utilizzo di sistemi di trombolisi (meccanica, reolitica, etc) è in grado, sotto guida radiologica, di “liberare” la fistola dal trombo e nella stessa seduta, di “curare” la causa. Nella maggior parte dei casi la causa è un restringimento della arteria e/o della vena misconosciuto.