
Chemioembolizzazione o TACE
Tace
Che cos’è la TACE
È una procedura diagnostica e terapeutica che utilizza radiazioni ionizzanti e mezzo di contrasto
iodato per effettuare il trattamento endovascolare (mini-invasivo) mirato di lesioni neoplastiche
iper-vascolarizzate.
Prevede l’iniezione selettiva, all’interno del vaso arterioso che nutre una lesione tumorale,
di un agente embolizzante associato ad un farmaco chemioterapico.
Poiché si tratta di un esame che espone a radiazioni ionizzanti, se ne deve evitare l’utilizzo
in assenza di un’indicazione clinica specifica; inoltre, le donne in età fertile devono escludere
gravidanze in corso per il possibile rischio di danni al feto.
Diagnostica
L’indagine si compone di una prima fase diagnostica che permette di visualizzare la lesione
neoplastica iper-vascolarizzata che deve essere trattata e di valutare correttamente le
caratteristiche del circolo neoformato.
Al termine della fase diagnostica, se le condizioni vascolari lo consentono, la lesione viene
trattata iniettando al suo interno, attraverso l’arteria che la perfonde e con l’utilizzo di
sottili cateteri, una miscela farmacologica costituita dall’associazione di agenti embolizzanti
e di un farmaco chemioterapico.
Lo scopo dell’embolizzazione è quello di ridurre l’apporto ematico (e quindi di nutrimento e
ossigeno) alle cellule tumorali, che vengono così “affamate” e “soffocate”; l’iniezione diretta
del farmaco chemioterapico selettivamente (e quindi in alta dose) nel tumore permette di
massimizzarne l’effetto sulle cellule neoplastiche, di potenziarne l’efficacia terapeutica e
di ridurre i danni collaterali.
La chemioembolizzazione trans-arteriosa (TACE) è utilizzata soprattutto nel trattamento di
lesioni neoplastiche primitive epatiche iper-vascolarizzate (epatocarcinomi).
Procedura
L’indagine inizia con l’esecuzione di un’angiografia diagnostica e presenta un certo grado di
invasività (anche se molto contenuto) perché prevede l’inserimento nel sistema vascolare del corpo
umano di cateteri che lo “navigano” per potere iniettare nella sede che deve essere valutata e
trattata il mezzo di contrasto (elemento indispensabile per la visualizzazione radiologica delle
strutture vascolari, che fanno parte dei “tessuti molli”).
La procedura viene generalmente eseguita in anestesia locale mediante puntura diretta di un’arteria
(abitualmente l’arteria femorale, in alternativa l’arteria radiale o omerale); dal punto di accesso
arterioso vengono inseriti i cateteri vascolari adatti per il tipo di studio che deve essere
effettuato ed i presidi necessari per il successivo trattamento endovascolare della lesione.
L’angiografia diagnostica permette di acquisire uno studio anatomico preciso delle strutture
vascolari che perfondono la lesione da trattare, del circolo tumorale e del flusso sanguigno
all’interno della lesione.
Con questa immagine si può capire come con i mezzi moderni è possibile identificare con precisione i
vasi afferenti al tumore ed iniettare a quel livello e solo lì il farmaco.
Per la terapia endovascolare si utilizzano agenti embolizzanti inerti dedicati che si legano o
assorbono il farmaco chemioterapico idoneo per il trattamento della lesione (nel caso
dell’epatocarcinoma si utilizza abitualmente la Farmorubicina).
Tradizionalmente la miscela farmacologica era costituita dal farmaco chemioterapico miscelato con un
olio iodato (Lipiodol) che veicola il farmaco e si fissa nella lesione.
Attualmente sono a disposizione particolari microsfere embolizzanti molto efficaci, che assorbono
il farmaco (“si caricano”) e lo rilasciano lentamente, in 15-20 giorni; questa recente tecnologia è
indicata in molte situazioni e permette di migliorare ulteriormente l’effetto locale della terapia,
riducendo ancora di più gli effetti collaterali sistemici.
Se necessario durante la procedura possono essere somministrati farmaci volti ad alleviare la
sintomatologia dolorosa, la nausea e il vomito (spesso stimolati dall’iniezione selettiva della
miscela farmacologica nell’organo bersaglio).
Post operatorio
Al termine della procedura il paziente dovrà rimanere sdraiato con una medicazione compressiva
all’inguine per alcune ore per evitare il movimento dell’arto inferiore che potrebbe facilitare il
sanguinamento nella sede della puntura arteriosa.
Per evitare l’immobilità del Paziente, sempre più diffuso è l’utilizzo dell’accesso radiale: al
termine della procedura il Paziente è immediatamente mobilizzabile e ha solo una medicazione
compressiva sul polso.
È frequente la comparsa di febbre attribuibile alla necrosi dei noduli tumorali associata a dolore
al fianco. Tale sintomatologia è solitamente controllabile con comuni terapie antidolorifiche e
antipiretiche.
Con questo tipo di terapia mirata ma nello stesso altamente lesiva delle cellule neoplastiche gli
effetti collaterali tipici della chemioterapia sistemica (perdita dei capelli, nausee, ecc.) non
saranno presenti.
La degenza ospedaliera e il conseguente ripristino delle attività quotidiane, solitamente, non si
protrae oltre due o tre giorni.
Durante la degenza viene controllata periodicamente la funzionalità epatica.
A distanza di 1-2 mesi dalla dimissione si effettuerà una TC dell’addome con mezzo di contrasto
(trifasica) per valutare l’effetto del trattamento eseguito e identificare eventuali ulteriori
noduli tumorali, dal momento che con questo tipo di patologia tale rischio è sempre presente per
cui il monitoraggio deve essere sempre costante.


